Quell’incrocio di vie solitarie e un po’ cupe, dove spesso si vedono passare, silenziose o a sirena spiegata delle ambulanze, costituisce il piccolo quartiere, attorno a via Quadronno, dove sorgono alcune delle più note cliniche private frequentate dalla Milano-bene. (Ne so qualcosa, quando, per un incidente stradale, mi toccò trascorrervi un paio di mesi). Ma non è per celebrare mie personali vicende che ne scrivo. Piuttosto mi spinge a farlo un curioso romanzo che amici argentini mi hanno fatto conoscere e che, in buona parte, si svolge proprio nell’ambito di questo ambiente milanese. Un ambiente che, tutto sommato, finisce per acquistare un suo fascino morboso. E di morboso il libro è davvero stracolmo. L’autore, Jorge Baron Biza, in questo suo libro, El desierto y su semilla (Il deserto e la sua semente) descrive l’odissea di sua madre che, vittima di una feroce aggressione a base di vetriolo da parte del marito, rimane sfigurata e, proprio per tentare un’ultima cura, dopo vari tentativi in Patria, ricorre all’intervento d’un celebre chirurgo italiano trascorrendo nella zona che ho descritto un lungo periodo, dopo il quale, solo in parte “restaurata”, fa ritorno al suo Paese, finendo poi suicida. Non è certo per ostentare una qualifica d’ispanista (che son lungi dal possedere) che ho creduto opportuno citare il testo di quest’autore, considerato in Patria uno tra i più geniali dell’avanguardia letteraria argentina; ma perché le vicende da lui narrate e le fatali corrispondenze del suo racconto autobiografico con la realtà in divenire, mi sembravano indicare una situazione che aveva in sé alcunché insieme di misterioso e di anancastico; tanto più quando si tenga conto che il libro – accolto con grande favore già alla sua uscita nel 1998 – rimane un documento addirittura premonitorio. E, infatti, le pagine che Baron Biza dedica alla narrazione dell’evento e ai suoi sviluppi, sono a dir poco macabre: l’acido che ha colpita la madre corrode e intacca la carne fino all’osso, che traspare in mezzo a efflorescenze scarlatte, come una massa spugnosa e brillante; e su questo “panorama” lugubre l’autore si dilunga con un distacco che solo in un secondo tempo risulta essere quello d’un figlio che assiste la madre condividendone in parte la vicenda. Non intendo certo insistere sul racconto d’una odissea che è tanto più drammatica in quanto la donna è una importante e impegnata agitatrice politica che, tornata in Patria, tenta invano di riprendere la sua attività pubblica e finisce per suicidarsi; (come del resto, era morto suicida, dopo compiuta la mostruosa aggressione, anche il marito). Quello, invece, che penso possa rendere interessante il romanzo per un lettore italiano è la minuta descrizione dell’ambiente ospedaliero e dell’atmosfera cittadina in una Milano degli anni Sessanta, dove l’autore frequenta, oltre al mondo delle cliniche, anche quello della prostituzione e della droga, offrendo al lettore uno squarcio molto avvincente dell’incontro tra la Milano del boom economico e delle turbolenze studentesche usando spesso esempi esilaranti d’uno spagnolo “cocoliche” con mescolanza di idiotismi locali e di pseudo-traduzioni spagnole di brani italiani o tedeschi. Ma in realtà, quello che più mi ha colpito dopo la lettura del romanzo, è il tatto di aver appurato non solo come la vicenda fosse essenzialmente autobiografica: (il padre dell’autore era a sua volta un noto scrittore elitario e rivoluzionario, la madre, come dissi, nota educatrice e donna politica entrambi finiti suicidi); ma che lo stesso Baron Biza aveva concluso la sua vita suicidandosi. Lo strano e conturbante romanzo di Baron Biza , il suo rapporto ambiguo e patetico con i genitori, la sua fine violenta e inattesa (o troppo attesa), proprio in un periodo come l’attuale dove tante vicende drammatiche si addensano sul pianeta e dove, oltretutto, l’Argentina attraversa un periodo così penosamente degradato, mi sembra rappresentare – al di là d’ogni ragione letteraria e di ogni curiosità morbosa - una sorta di “messaggio etico” davvero impressionante e di cui si dovrebbe saper interpretare le radici segrete che forse non sono soltanto quelle “personali” di questo insolito autore. Corriere della Sera 16 marzo 2003 di Gillo Dorfles
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