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Un Edipo troppo grande

La vita e l'opera di Jorge Baron Biza, una sinistra corrispondenza tra arte e vita.

Il deserto e il suo seme

 

 

12. La fatalità di essere nato a Córdoba ha accompagnato Jorge Barón Biza per tutta la vita, anche se tutti i necrologi hanno indicato che era nato a Buenos Aires nel 1942. Dal 1993 viveva nella capitale dell’entroterra[1], dove era docente universitario e si dedicava al giornalismo culturale.

La Voz del Interior[2] pubblicava regolarmente le sue riflessioni (sul lunfardo[3], sul cocoliche[4], sui valori nella cultura argentina. O meglio: sulla degradazione dei valori nella cultura argentina). L’ultimo articolo che ha pubblicato su quel giornale trattava il tema della poesia nelle carceri. L’ultimo racconto pubblicato è uscito domenica 2 settembre su Radarlibros[5]. Ogni tanto consegnava a qualche rivista a bassa tiratura (o semiclandestina) gli articoli che non rientravano nelle norme stilistiche e “morali” dei giornali con i quali collaborava.

Alcuni anni fa ha tradotto e curato l’introduzione de L’indifferente, uno dei primi testi di Proust riscattato dall’oblio per miracolo. Quando Enrique Pezzoni ha saputo di questa traduzione ha abbandonato quella a cui stava lavorando. “Se ho privato il mondo di una traduzione di Pezzoni mi merito una punizione esemplare”, disse beffardamente quando venne a sapere della concomitanza di traduttori intorno a questo proto-testo de Alla ricerca del tempo perduto.

11. Nel 1998 Jorge Barón Biza aveva pubblicato il suo romanzo, Il deserto e il suo seme, che ha suscitato un entusiasmo quasi unanime. “Sì, il libro è stato accolto bene. Ma è stato evidenziato soprattutto l’aspetto autobiografico, e la sofferenza non legittima la letteratura. Ciò che legittima la letteratura è il testo”, ha precisato Barón Biza all’inizio della nostra conversazione per la rivista  Página/30 nel 1999.

Barón Biza sapeva che il fatto di vivere a Córdoba, in virtù di uno di quei miracoli di segno opposto tipici della cultura argentina, dove tutto può sempre andar male (e così avviene), faceva di lui un personaggio eccentrico. “La sorte di Di Benedetto mi terrorizza. Zama è un romanzo di gran lunga superiore a Cent’ anni di solitudine, ma, chi lo sa?, il fatto di sopravvivere a se stesso in uno stato di terrore, completamente indifeso…E anche quello che il suo paese gli ha fatto passare è stato atroce”, ha spiegato, prendendo il “caso” dell’autore di Mendoza come paradigma della situazione dello scrittore di provincia. Tuttavia Barón Biza sembra aver trovato le energie necessarie per irrompere nell’angusto territorio della letteratura argentina con un romanzo (più o meno autobiografico) che tematizza l’eccentricità.

 “Sono così isolato laggiù a Córdoba…che non so…Molti mass media non hanno ancora recensito Il deserto e il suo seme. Non ho raggiunto il successo e sono povero come prima. Perché questo romanzo ottenga un riscontro ufficiale deve avere accesso a certi mezzi di comunicazione”, diceva.

10. L’eccentricità de Il deserto e il suo seme e del suo autore non è solo geografica (Barón Biza non ricorreva alle facili attrattive del localismo letterario), ma, soprattutto familiare o, per meglio dire, sinistra. Questa sinistra eccentricità è ciò che fa del romanzo un esemplare raro nel panorama della letteratura argentina, totalmente dominata dalla merceologia e dalla superficialità. “Il libro è profondamente esistenziale”, ha puntualizzato Barón Biza senza il minimo pudore. Una scommessa simile sulla verità pura della vita non può essere letta senza un minimo di scandalo. Ed esiste forse un rapporto diverso con la letteratura che sia degno d’interesse? Forse la necessità di scrivere (la necessità del romanzo) non si misura su questa mania tipica di considerare la propria vita, la propria storia, la propria famiglia come un mero pretesto per un romanzo?”.

9. Il nome Barón Biza occupa uno spazio privilegiato nella mitologia della città di Córdoba. Alta Gracia è una delle località montuose più vicine al capoluogo della provincia, lontana -tuttavia- dai punti nevralgici di sviluppo urbanistico e turistico degli ultimi anni. La strada che unisce Córdoba ad Alta Gracia è un percorso tranquillo, rurale, quasi del tutto privo di caratteristiche particolari. Non è difficile annoiarsi durante questo tragitto. A metà strada, in mezzo al nulla della campagna di Córdoba, subito prima che i campi si trasformino in montagna, c’è uno strano obelisco, altissimo e isolato. È un monumento a forma d’ala che commemora la morte di Myriam Stefford, una delle prime donne pilota dell’Argentina. In quel punto cadde il suo aereo e lì il vedovo Raúl Barón Biza, il padre di Jorge, eresse questo esemplare d’eccentricità funebre nel quale, si dice, siano conservati gli straordinari tesori dell’aviatrice.

L’aeroplano si schiantò al suolo in una delle tenute della famiglia Barón Biza,  proprietaria di una fortuna che, con il tempo, si è esaurita del tutto. “Nessuno mi crede quando dico che non ho un soldo”, diceva Jorge a chi voleva ascoltarlo. Una delle più grandi capacità di suo padre è stata quella di dilapidare il patrimonio familiare. Molti anni dopo Barón Biza padre, accecato dal panico (inferocito d’amore), gettò sul volto della sua seconda moglie, Clotilde Sabattini[6], la madre di Jorge, un barattolo di vetriolo che le sfigurò il viso. Il giorno dopo si sparò.

8. I due fatti –l’aereo schiantato al suolo e il suo monumento commemorativo, e la distruzione del volto della donna amata- a volte si confondono e si mescolano all’interno della tradizione orale di Córdoba, ma occupano in ogni caso un posto importante nelle storie che la provincia ha da raccontare al mondo. Ed è soprattutto quest’eccentricità familiare che Jorge Barón Biza ha trasferito nelle pagine de Il deserto e il suo seme.  

Il romanzo inizia con l’immagine del volto corroso della madre diretta all’ospedale. Al suo fianco il narratore (che nelle prime pagine nasconde e nega di essere suo figlio). Tutta la narrazione racconta il processo (lento e doloroso) di ricostruzione di questo volto senza il quale nessuna identità è possibile. Né quella della madre né quella del figlio[7].

La terapia medica porta entrambi a Milano, dove durante molti mesi Eligia (la madre) è sottoposta a rimozioni di carne morta, trattamenti chirurgici, impianti. Nel frattempo Mario Gageac (il figlio, nel romanzo) vaga per una città inospitale, conosce varie persone, ricorda Arón, suo padre, cerca di capire quello che è successo, la sua storia.

7. Questa è la materia di cui è fatto Il deserto e il suo seme, e la sola scabrosità degli eventi spaventa molti lettori. Ma Barón Biza ce lo ha già detto: la letteratura è una cosa diversa dal dolore. È esattamente il momento in cui il dolore deve cessare per trasformarsi in qualcos’altro. È l’operazione necessaria per dare al dolore esistenziale una qualità diversa: l’esattezza, la precisione, la distanza della scrittura. Il testo, si potrebbe dire, ironizza ampiamente sulla relazione tra la biografia ed il romanzo. “Non so se è ironia, sicuramente è una distanza necessaria affinché il narratore possa sopravvivere in mezzo a tutto ciò che gli succede”. Si tratta, nella prospettiva di Barón Biza, di espedienti necessari per sostenere una coscienza narrativa che altrimenti verrebbe annientata (e non potrebbe essere diversamente) dalla catastrofe familiare. Affinché il romanzo sopravviva, affinché il narratore sopravviva, affinché il suo autore sia riconosciuto come romanziere, deve esserci qualche elemento di distanziamento. “Io non ho l’energia sufficiente per essere ironico, in me non ci sono tante sicurezze. C’è invece il desiderio di provocare quella risata tipica della presa di coscienza. Questa distanza sì che è diventata necessaria per me”. È per questo che ne Il deserto e il suo seme ci sono molte pagine caricaturali. “Il linguaggio dei dottori è una parodia del medico de La montagna incantata di Thomas Mann, è chiaro”, ha ammesso.

6. Ed è chiaro che la storia della carne del volto della madre si proietta immediatamente (come accade nella buona letteratura) verso zone lontane dove il senso si completa. “Alcuni lettori europei hanno notato certe cose. Ad esempio il parallelismo tra la corrosione della carne e la corruzione di certe ideologie dagli anni ’60 in poi”. È per questo (per il fatto di mettere in relazione la corruzione delle ideologie con la corrosione della carne) che Il deserto e il suo seme insiste ossessivamente sulla parodia dei linguaggi contemporanei. È stato un caso, ma non per questo privo di significato, che la terapia nella città di Milano avvenisse in una clinica distante meno di due chilometri dal cimitero nel quale era nascosto il cadavere imbalsamato di Eva Perón. “Da una parte il corpo perfetto, dall’altro il corpo distrutto. Mia madre era in uno stato di profonda de-intimità, ferita, vulnerabile, cercava di ricostruire se stessa”. Jorge Barón Biza sperava che, nel suo romanzo, si potesse leggere questa funzione della carne e dei resti mortali nella politica dell’epoca.

5. Dato che il romanzo tratta in maniera quasi esclusiva della madre, del padre e del figlio non si può non ripensare alla trinità edipica. “La presenza della Madre nella letteratura argentina è racchiusa sotto una campana di vetro. La Madre è sempre immacolata. Io ho rotto con la tradizione (popolare, medievale) che voleva questo  personaggio sotto una campana di vetro e l’ho inserito nello spazio del dolore”. Il deserto e il suo seme rovescia il racconto di un Edipo che si cava gli occhi quando scopre di aver ucciso suo padre e fornicato con sua madre. Nel romanzo è Arón, il padre, che vuole accecare la madre e per questo le getta dell’acido sul viso. “Il romanzo è completamente anti-psicoanalitico. Il protagonista non riesce ad arrivare alla madre con la sua sessualità. Per questo perde la sua sessualità e, con essa, iniziano a cadere a pezzi le sue idee sull’arte, la bellezza, eccetera”.

4. Una delle idee più insistenti nel romanzo di questo secolo è l’impossibilità di una lingua letteraria (o, se si preferisce, perfino di uno “stile letterario”). Quest’impossibilità si manifesta in ossessione in Joyce, in Beckett. Nella letteratura argentina, anche se in modo incosciente, Arlt è un pioniere dell’avversione nei confronti della lingua letteraria, la stessa avversione che mostreranno, come programma estetico, i romanzi di Manuel Puig o di Copi, ad esempio.

Ne Il deserto e il suo seme l’impossibilità di una lingua letteraria si manifesta nell’accurato lavoro sul linguaggio dei personaggi che contamina la voce narrante. Da una parte un uso del cocoliche[8] mai sperimentato nella letteratura argentina, a parte qualche accenno nelle invenzioni letterarie di Rodolfo Fogwill (“Ragazza punk”). “Quasi tutto il libro è scritto in cocoliche. Il cocoliche è arrivato fino a noi attraverso la messa in scena parodistica fatta da autori che possono anche essere geniali, ma che screditano questo linguaggio inserendolo nell’ambito del linguaggio corretto. Già nel Martín Fierro si legge una sorta di derisione del linguaggio balbettante del ‘papolitano’. Nel criollismo si tratta di far tacere queste voci immigranti. È per questo che non si conservano frammenti ampi di scrittura in cocoliche. Ed è un peccato, perché il cocoliche è una delle pratiche linguistiche più creative, perché opera con un doppio codice, sovrappone due lingue. E questo elimina l’idea stessa di errore grammaticale. Il cocoliche è pura vitalità, il linguaggio possiede un’enorme carica esistenziale. Tutto ciò che può essere detto deriva da un dialogo tra il sapere e il non sapere (un’altra lingua)”.

3. Barón Biza ha intuito che il trattamento del cocoliche era un tema mancante nella letteratura argentina (così come continua ad esserlo il trattamento del “portuñol”[9], la versione attuale e sudamericana del cocoliche). Per questo motivo il suo romanzo si rarefa sintatticamente e questa rarefazione è la garanzia del lavoro letterario. “Mi interessava il cocoliche perché da un lato mi permetteva di lasciare un segno linguistico del fatto che i personaggi parlano un’altra lingua. Questo è sempre stato un problema difficile da risolvere nella letteratura argentina”. Julio Cortázar, è noto, lo risolveva farcendo i suoi testi con delle singole parole in francese. Barón Biza ha evitato la giustapposizione di parole che provengono da due lingue diverse. “Una giustapposizione sintattica, completamente approssimativa, questo è ciò che mi interessava ottenere”.

D’altra parte, argomenta Barón Biza, questa è una delle caratteristiche della letteratura argentina che è sempre “un transito verso un esilio”. Ci sono due tipologie di cocoliche, teorizzava Barón Biza, inventandosi una genealogia: uno di afflusso e di riflusso, se si pensa a Rodolfo Wilcock e al suo transito verso l’italiano, o a Héctor Bianciotti e Copi e al loro transito verso il francese. “In generale si nega questo diritto al transito. Nel sainete i figli americanizzati trattano con molta durezza i genitori cocolicheros. Il dramma del cocolichero sta nel fatto che egli si scontra con una doppia esigenza: da una parte ci sono i puristi, che rimangono atterriti nel vedere che con l’immigrazione arrivano dei napoletani con la faccia sporca di terra e un libro di Bakunin sotto il braccio; dall’altra, il lunfardo: un uso carcerario (in ogni caso chiuso) della lingua”.

2. L’impossibilità della lingua letteraria raggiunge una tensione utopica in uno dei momenti chiave de Il deserto e il suo seme. C’è una manifestazione politica alla quale Eligia, ormai ristabilita, assiste. In questa circostanza segue il discorso di una vecchia, ascolta il suo fervore peronista. E quello che capisce è che lei non potrà mai comprendere quella donna e quelli che sono, pensano e sentono come quella donna, e che perciò la sua carriera politica non ha alcun senso. Come colui che è stato suo marito e il suo giustiziere, Eligia si suicida. “Quella donna è uno dei pochi personaggi integri del romanzo, uno dei pochi che non si sta disintegrando”. Il suo linguaggio è utopico perché mescola le caratteristiche dei dialetti argentini. “La donna non è della costa né della provincia del Chaco, né di nessun altro luogo: parla una sorta di pan-criollo che mi è riuscito molto difficile da costruire. Ho cercato di fare in modo che fosse una lingua spontanea e verosimile, ma completamente inventata. Mi è costato una fatica tremenda scrivere quelle pagine”. Per Barón Biza quello era uno dei momenti di verità del romanzo, proprio perché quella vecchia (che “non rappresenta nessuno”) scatena il finale, ma anche perché nel suo monologo si codifica il segreto della lingua argentina, che è un eclettismo puro, una tensione esistenziale, in ogni caso, un’utopia linguistica e politica.

1. All’interno di queste connessioni tra volti sfigurati, carne morta, resti di linguaggio ed eventi familiari, l’Argentina si decompone ed è soprattutto questo processo di decomposizione che Barón Biza vuole raccontare ne Il deserto e il suo seme. Il romanzo è stato riconosciuto dalla critica come uno dei grandi avvenimenti degli anni ’90. Barón Biza ha continuato a scrivere, ma non voleva rimanere legato all’immagine tragica che la critica pretendeva di costruirgli intorno. Voleva pubblicare testi umoristici, spiritosi, allegri.

0. “Sono stato educato nei collegi, nei bar, nelle redazioni, nei manicomi e nei musei di Buenos Aires, di Friburgo del Sarine, di Rosario, di Villa María, La Falda, Montevideo, Milano e New York. Ho iniziato a scrivere molto tardi. Forse perché temevo che mi avrebbero confuso con mio padre, uno scrittore di rilievo. Adesso ho una certa fretta. Ho 57 anni e non godo di buona salute” diceva nel 1999. Due anni dopo, come suo padre e, soprattutto, come sua madre, decise di porre fine alla propria vita. Domenica 9 settembre 2001 si è buttato dal 12° piano di un palazzo del quartiere Nueva Córdoba. Finisce, con la vita, la sua esperienza finzionale.

Radar Libros 16 settembre 2001

di Daniel Link



[1] Nel testo spagnolo “capital mediterránea”, capitale mediterranea, dal lat. mediterrāneu(m) ‘dentro terra, nell’interno di un paese, lontano dal mare’ si  riferisce alla città di Córdoba, capoluogo della provincia di Córdoba nell’entroterra del paese[N.d.T.]

[2] La Voz del Interior è un quotidiano pubblicato a Córdoba[N.d.T.]

[3] Il lunfardo è  un vocabolario, un insieme di vocaboli (5000 approssimativamente) di origine diversa, utilizzato dai parlanti della città di Buenos Aires in opposizione al castellano come lingua ufficiale [N.d.T.]

[4] Nel Diccionario de la Real Academia Española il cocoliche è definito come il “gergo ibrido parlato da alcuni immigranti italiani, che mescolano la propria lingua con lo spagnolo”. Il termine deriva da un personaggio del teatro comico, Francisque Cocoliche, inventato da Celestino Petray che  prendeva spunto da  un immigrante italiano che lavorava in un circo di Buenos Aires,  Antonio Cuccoliccio. [N.d.T.]

[5]  Radarlibros è il supplemento culturale del quotidiano Página12 [N.d.T.].

[6] Figlia di Amedeo Sabattini, governatore radicale della fine degli anni ’30, presidentessa del Consiglio Nazionale dell’Istruzione, responsabile della ratifica del primo Statuto del Docente.

[7] Nonostante tutta l’opera –giornalistica e letteraria- di Jorge vada sotto il nome Barón Biza, le sue lettere erano firmate Jorge Barón Sabattini

[8] Rodolfo Lenz (Bollettino dell’Istituto di Filologia, Facoltà di  Lettere e Filosofia di Buenos Aires, Tomo 1, Nos. 3 e 4) negli anni ’30 segnala che : “Nel delta del Río de la Plata (Montevideo, Buenos Aires) non ci sono più indios, ma la loro lingua nazionale sta soffrendo l’influenza dell’ ingente quantitativo di immigranti che formano approssimativamente il 30% della popolazione ed è arrivata a creare un gergo che mescola lo spagnolo e l’italiano, il cocoliche.”

[9] Il portuñol o portunhol, derivato dalla fusione dei termini português e español, è una lingua mista di portoghese e spagnolo usata in Sudamerica nelle zone di confine tra il Brasile e i paesi ispanofoni (soprattutto l’Uruguay) e in Europa in alcuni centri di confine tra Spagna e Portogallo. (N.d.T.)